Frankenstein dal 22 ottobre al cinema


Certe storie non smettono di tornare, anche se pensavamo di conoscerle già a memoria. Questa che vedremo al cinema è una di queste. Siamo a metà del XIX secolo: una spedizione di marinai bloccati nel Polo Nord s’imbatte in un uomo ferito e in una mostruosa creatura che uccide chiunque lo avvicini.
L’uomo, che una volta in salvo racconta la sua storia, è Victor Frankestein, scienziato ossessionato dalla possibilità di vincere sulla morte e responsabile, con il sostegno di un industriale, del fratello e della fidanzata di quest’ultimo, della creazione di un essere umano assemblato con pezzi di cadaveri.
Deluso però dalla sua creatura rozza e violenta, Victor ha però cercato di eliminarla scatenando la sua ira. Se però il suo racconto non fosse il solo possibile? Se anche il mostro raccontasse la sua versione, facendo così capire il suo desiderio di comprensione?
Presentato al Toronto International Film Festival e anche alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, Frankenstein di Guillermo del Toro in sala dal 22 ottobre si presenta come una fiaba triste ma anche, in alcuni tratti necessaria.
La creatura di Del Toro non è un mostro, bensì è un essere umano costruito male, ma con un’anima più viva di chi lo ha creato. Il regista prende il romanzo di Mary Shelley e lo riscrive a modo suo, con rispetto ma con libertà.
Il suo è un film gotico, malinconico e visivamente bellissimo. Emerge una storia dura, fatta di esclusione, di solitudine, di desiderio e di amore, un amore mai afferrato.
E’ una storia che oggi, nel mondo dell’immagine perfetta e dell’efficienza a tutti i costi, suona incredibilmente attuale. Frankenstein chiede soltanto una cosa, ovvero di essere visto.
«Nominalmente e genericamente, Frankenstein è un film horror, ma dopo 30 anni passati a realizzare film fantasy, sai che possono essere anche qualcosa di più – ha spiegato il regista -.
Penso che questo sia un dramma familiare sotto molti aspetti. Riguarda la concezione molto cattolica di padri e figli, e il dolore che trasmettiamo da una generazione all’altra.
Quindi, c’è questo tipo di emozione. Dopo 200 anni, il fatto che il libro e la storia suscitino ancora compassione e paura di oltrepassare un confine è qualcosa che, secondo me, abbiamo innovato in modo meraviglioso».
Jacob Elordi interpreta Frankenstein non come una bestia, ma come un ragazzo smarrito, pieno di domande e senza risposte.




































