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Una borsa di studio per il nuoto è la promessa di una vita migliore, ma Lidia dovrà imparare tutto da capo.
Ad amare, a rapportarsi agli altri in modo non violento, a sopravvivere a un lutto grave e alle dipendenze multiple in cui finisce per gettarsi.
Affamata di vita, intravede nella scrittura una forma di salvezza ed è determinata a perseguirla, anche se la figura malata di suo padre non smetterà mai di tormentarla.
Questo è LA CRONOLOGIA DELL’ACQUA, primo lungometraggio diretto da Kristen Stewart dall’11 giugno al cinema e adattamento dell’omonimo romanzo bestseller di Lidia Yuknavitch, distribuito da Wanted Cinema.
Accolto con entusiasmo e curiosità al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard nel 2025, il film è un potente racconto di autodeterminazione femminile attraverso la memoria, il corpo e il desiderio e un’esplorazione intima della libertà femminile oltre ogni convenzione.
«Ho incontrato per la prima volta ‘La cronologia dell’acqua’ nel 2017 sul mio Kindle – ha raccontato la regista – .
Fin dalla prima pagina ho sentito una corrente elettrica: un viaggio frastagliato e non lineare attraverso trauma e memoria, diverso da qualsiasi cosa avessi mai letto.
Dopo 40 pagine ho avuto una reazione fisica: ho posato il libro e ho detto al mio team che dovevo parlare con chi lo aveva scritto.
Ciò che mi ha colpito è stata la frammentazione: Yuknavitch non offre una narrazione ordinata, ma frammenti di vita che il lettore deve ricomporre.
Questo processo di ricostruzione è diventato il cuore del mio primo film. Amo Lidia, in un certo senso è sacra per me. Ci sono voci che ti aiutano a trovare la tua.
Per otto anni ho scritto e riscritto – ho fatto centinaia di versioni – modellando una sceneggiatura che fosse effimera e neurologica come la memoria stessa.
Il mio film è un invito a guardare la bruttezza, a confrontarsi con la vergogna e a riconoscere che il nostro corpo e la nostra storia ci appartengono.
Spero che il pubblico esca dal film comprendendo che riappropriarsi della propria voce – attraverso la scrittura, l’arte o il racconto – è un atto di potere radicale».



































