Tanti i ruoli impersonati e tanti i registi che l’hanno diretto: Alessandro Averone non è soltanto il nome di un attore che ha spaziato dal teatro al cinema, passando anche per il piccolo schermo, bensì è la garanzia della capacità di emozionare con uno sguardo. L’abbiamo visto nelle fiction che sono state tra le più seguite dal grande pubblico, oltre che nelle pellicole cinematografiche che hanno lasciato il segno: da “Max ed Hèléne” a “Io ci sono” , da “Riprendimi” a “Resina” e “Viva la libertà”.
In questi mesi lo possiamo vedere nei migliori teatri d’Italia con ben due spettacoli, quali sono “tempo di Chet!”, in un’altalena tra passato e presente affiancando Paolo Fresu delineando al figura del grande trombettista, e “Il piacere dell’onestà”, da lui diretto e interpretato. Con Alessandro Averone abbiamo parlato di teatro, musica e del percorso di un attore molto intenso, in grado di raccontare il tanto delle nostre emozioni quotidiane.
– In questi mesi sei in scena con “Tempo di Chet”, per quali motivi hai detto sì a questo progetto teatrale?
“E’ una messa in scena diversa dalle altre perché non è un musical e non è un’opera, ma la musica jazz è l’assoluta protagonista con dei mostri di bravura quali sono Paolo Fresu e gli altri musicisti. Viene portato sul palcoscenico il dialogo costante tra l’arte delle note e la recitazione con una variante d’improvvisazione ogni sera. Il pubblico per il momento sta rispondendo molto bene perché troviamo, sia appassionati del jazz, sia del teatro in uno scambio continuo di emozioni. Chet Baker inoltre è oramai un personaggio mitico con una sua storia abbastanza travagliata, dalla discesa agli inferi con la droga all’incontro con la sua musica”.
– Lo spettacolo riporta alla luce la vita di Chet Baker. Chi era il grande trombettista?
“Ci ha lasciato la sua inconfondibile musica; è stato un poeta dell’arte delle note, anche se non ha mai composto sue musiche ma ha sempre eseguito quelle scritte da altri, ma aveva un talento talmente grande da farle sue. E’ una vera e propria icona del jazz. Ci ha lasciato un suo ideale di libertà cercando di farci comprendere che la vita va vissuta appieno”.
– Nonostante le luci e le ombre, è entrato nell’enorme cerchia dei grandi. Cosa significa diventare un mito?
“Secondo me, pur non volendolo, vuol dire diventare un punto di riferimento nella vita dei più. Accade questo quando l’arte diventa uno strumento grazie al quale si riesce a trasformare le sofferenze e le proprie ombre in una luce che dà speranza”.
– Ti vediamo molto a teatro, ma cosa rappresenta per te il palcoscenico?
“Un luogo di studio di me stesso e dell’essere umano, il cercare di trovare un senso per il nostro essere al mondo. Il teatro rappresenta l’affrontare testi e personaggi che hanno insite domande esistenziali forti con cui ci si deve confrontare costantemente. E’ un luogo di scoperta.
– E’ difficile essere attore nel 2019?
“Sì certo, ma non più di altri mestieri; ogni professione ha le sue luci e le sue ombre, i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Sicuramente, nei periodi di crisi come questo per mancanza di fondi, c’è un maggior sviluppo di creatività”.
– Com’è nato l’amore per questo mestiere?
“Mi obbligava, e continua a farlo ancora, a mettermi in discussione costantemente. Tendendo a sederci nelle comodità quotidianamente, essere attore mi permette di essere sempre vigile su quello che sono e posso diventare”.
– Ti abbiamo visto impersonare uno dei ruoli credo più difficili per un attore, ovvero quello di un complesso Luca Varani in “Io ci sono”, film sulla terribile vicenda di Lucia Annibali. Cos’ha voluto dire per te prestargli anima e corpo?
“E’ stato un vero piacere prendere parte ad un’operazione civile molto forte, essendo una storia realmente accaduta su una tematica su cui non deve diminuire mai l’attenzione, ovvero la violenza sulle donne. E’ stata una sfida molto difficile vestire quei panni”.
– Sei stato tra i protagonisti del “Richard II” di William Shakespeare. Cosa ha significato essere diretti da Peter Stein?
“E’ stata la quarta volta che abbiamo lavorato insieme. E’ un grandissimo maestro europeo che continua ad insegnarci molto; è un’occasione di lavoro ricchissima perché ti regala moltissimo. E’ stata un’enorme fortuna per me e non posso far altro che dire grazie”.
– Hai fatto la regia di “Aspettando Godot”. Perchè?
“E’ un testo, quello di Beckett, di una ricchezza davvero unica con un significato che mi è molto a cuore; ha una fortissima carica vitale nei confronti dell’uomo che mette in luce quanto l’essere umano sappia reagire alla disperazione che lo affligge nello stare al mondo”.
– Sei anche in scena con “Il piacere dell’onestà”, da te diretto e anche interpretato. In cosa consiste la modernità di questo testo?
“Ha una costante attualità: ovvero il continuare ad indossare le maschere, le menzogne e le finte verità che raccontiamo agli occhi degli altri e di noi stessi, influenzati dalla società che ci circonda, in cui l’immagine conta più della vera essenza”.
– “Il piacere dell’onestà” a chi è riservato oggi?
“A chiunque, anche se ognuno di noi deve cercarlo nel proprio intimo”.
– I tuoi prossimi progetti?
“Sarò nella seconda stagione de “La porta rossa” su Rai2”.