“Overland” e le avventure di Filippo Tenti: “l’Italia rimane sempre il Paese migliore del mondo”

Recentemente, sul finire del drammatico 2020 e l’inizio del nuovo anno, abbiamo visto in seconda serata su Rai1 l’ultima stagione di “Overland”, il programma dedicato ai viaggi estremi, che ha esplorato la Groenlandia e la Danimarca. Il programma, nato nel 1995, con l’intento di tracciare un affascinante ritratto del nostro pianeta, cerca di raccontarci gli angoli più remoti realizzando un diario televisivo che ogni volta tiene incollato un numero sempre maggiore di telespettatori. Filippo Tenti, figlio dell’ideatore di “Overland” Beppe Tenti,  è capo spedizione, produttore, regista, fotografo e conduttore del noto programma televisivo. Catapultato nel mondo di Overland fin da bambino, dall’età di 10 anni ha partecipato alle spedizioni come ospite, poi come assistente fino ad ereditare i ruoli più importanti che un tempo erano nelle mani del padre. Classe 1985 e cuore da giramondo, tra entusiasmo, sete di conoscenza e voglia di tornare a fare quei “passo dopo passo” che fanno bene all’anima, ecco che cosa ci ha raccontato.

Filippo, partiamo dall’inizio. La tua passione per i viaggi com’è nata?

“Probabilmente quando ero già nella pancia di mia madre. Il viaggiare ha sempre fatto parte della mia vita. Sono nato praticamente viaggiando. Ricordo ancora quando i miei compagni di classe andavano in villeggiatura durante le vacanze ed io invece mi trovavo nei posti meno frequentati. Ho sempre viaggiato, ho sempre amato farlo, è nel mio DNA ma ammetto che l’Italia rimane sempre il Paese migliore del mondo”.

C’è stato un momento in cui ti sei sentito attivamente parte del programma di “Overland”?

“Il passaggio di testimone è ufficialmente avvenuto nel 2010, durante una spedizione in Africa. E’ stato il viaggio più difficile compiuto fino ad ora. Siamo stati arrestati, siamo rimasti senza cibo e senza acqua e abbiamo dovuto abbandonare anche un veicolo per poi recuperarlo in un secondo momento. E’ stata una prova fisica e mentale piuttosto dura. Mio padre ha fatto metà spedizione. Ammetto che non sia stato affatto facile afferrare subito la sua eredità perché ho assunto responsabilità non indifferenti. “Overland” è un programma diverso dagli altri: cerchiamo di scoprire territori sotto la lente d’ingrandimento, facendo capire cosa c’è dietro ad ogni puntata trasmessa.  Si tratta di sopravvivenza. Dovevo essere all’altezza di mio padre e relazionarmi con tutti coloro che prima avevano lavorato con lui. Ho accettato questa sfida perché mi entusiasmava l’idea che il viaggio fosse un vero e proprio lavoro e non solo sinonimo di vacanza”.

In quest’ultima stagione ti abbiamo visto spingerti nell’estremo nord, in Groenlandia e Danimarca. Sono luoghi in cui è la natura a tenere il timone?

“Quelle vicine ai Poli sono zone piuttosto fragili. Gli abitanti sono molto attenti al rispetto della natura, delle energie rinnovabili e dell’ecologia e sono proprio loro i primi a farne le spese con l’inquinamento. Per esempio, in Svezia, con il riscaldamento globale, le renne si ritrovano minacciate, non riuscendo più a scavare per cercare il cibo in inverno a causa dei cambiamenti del clima. Il ghiaccio che ricopre l’intera Groenlandia si sta sciogliendo, mettendo conseguentemente a repentaglio il suo ecosistema”.

Cosa ti colpisce delle realtà che ti ritrovi a visitare?

“Amo fotografare gli animali ma mi concentro sulle popolazioni che incontro, trovando differenze e similitudini tra loro. Conversando con alcuni Inuit, ho trovato somiglianze sull’oggettistica e alcune usanze con alcuni popoli africani. Dinnanzi a certi panorami rimango senza fiato. Mi colpisce ogni volta l’ospitalità e l’affetto riversati nei nostri confronti”.

Quando decidi di partire per una nuova meta cosa porti con te nel tuo zaino?

“Parto come se fossi un libro vuoto, ancora  da scrivere. Leggo molto per prepararmi ma non parto carico di aspettative. Preferisco riempirmi di stupore e di meraviglia durante il viaggio. Quando, per esempio, siamo partiti per l’Afghanistan ero un po’ preoccupato perché non si leggono mai notizie positive. Dovevamo raggiungere una meta che invece era oggetto di scontri, così  abbiamo deciso di cambiare direzione e ci siamo ritrovati in un villaggio rurale incredibile. L’anziano del villaggio ci ha ospitato e fatto conoscere le prelibatezze culinarie. La cosa davvero sorprendente è stata la sua estrema gentilezza. In quest’ultimo periodo invece, con la pandemia in corso e i confini ora aperti e ora chiusi, sono riuscito ad entrare in Groenlandia, a differenza del resto della spedizione. Posso dire che è stato spettacolare restare lì da solo, assaporando la libertà”.

Qual è il vero significato del viaggio?

“Lasciarsi guidare dalla curiosità. Scoprire senza avere pregiudizi. Lasciare libera la mente. E’ una spedizione, non una vacanza in un hotel di lusso. Motivo per cui qualche incombenza capita quasi sempre”.

Si dice che un viaggio venga vissuto tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi. E’ così?

“Assolutamente sì. Adoro il momento prima della partenza, è bellissimo viverlo ed è ancora più meraviglioso ricordarselo”.

Anne Carson affermava che l’unica regola del viaggio fosse quella di non tornare come si è partiti. Tornare, quindi, diversi e cambiati. Tu al rientro dalle tue spedizioni come ti senti?

“Un viaggio non ti deve per forza cambiare dentro, o meglio non sempre. Per cambiare devi restare in quel posto diverso tempo, devi conoscere le sue usanze e le sue tradizioni, devi viverlo. Durante il periodo in Africa, ho davvero toccato il fondo. Abbiamo perso anche una persona che avevamo incontrato. Subentra poi la forza di andare avanti. In quell’occasione sono tornato cambiato, convinto che a volte la leggerezza può davvero essere salvifica”.

Per quali motivi, secondo te, “Overland” è così tanto seguito?

“E’ un programma vero, non costruito. Prima c’è il viaggio e poi la tv, e il viaggio è fatto di persone ed emozioni.

Questo è sicuramente un periodo difficilissimo per l’intera umanità, tu come lo stai vivendo?

“Dovevamo andare in  Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Israele, Arabia Saudita, Nepal e India del Nord, ma la pandemia ci ha fatto cambiare meta. Questo è un periodo in cui il mondo intero si è fermato, anche contro la sua volontà. E’ un periodo che ha causato sofferenza e preoccupazione. Mia madre è stata in terapia intensiva per aver contratto il virus per diverso tempo. Io sono fermo in casa, a Milano, nel pieno rispetto delle regole”.

Pensi che andrà tutto bene?

“La paura sarà ancora molta per diverso tempo anche se piano piano arriveranno i vaccini. Non sarà un ‘liberi tutti’ perché ci sarà ancora il timore di uscire come si faceva un tempo. Superato questo periodo di transizione, riprenderà piano piano la nostra normalità. Ne usciremo forse non migliori, ma sicuramente più rispettosi di noi stessi, degli altri e della natura”.

I tuoi prossimi progetti?

“Sono diversi ma dipende molto dalla pandemia. Per esempio, sarebbe bello andare in Centro America o fare il Rio delle Amazzoni in canoa oppure intraprendere il viaggio che avremmo dovuto fare ma che il Covid -19 ha impedito. Vedremo quello che accadrà, ma nuove sfide piene di avventura ci attendono”.