Il Vincent Van Gogh di Alessandro Preziosi celebra l’amore per l’arte

Come può un grande pittore vivere in un luogo dove non c’è altro colore che il bianco? Siamo nel 1889 e il grande desiderio di Vincent Van Gogh è uscire dalle mura austere del manicomio di Saint-Paul. Le sue speranze sono riposte nella visita del fratello Theo. Per raccontare questo momento drammatico, Stefano Massini dà vita a un vero e proprio thriller psicologico con una scrittura limpida, di rara immediatezza drammatica e capace di restituire il tormento dei personaggi. Ad impersonare il genio dell’arte è Alessandro Preziosi nello spettacolo “Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco”. Il noto attore interpreta nei migliori teatri, con un’intensità ipnotica, l’artista preso da deliri che hanno sempre popolato la sua vita, portati all’estremo dalla detenzione nel manicomio.

Preziosi, cosa ti ha spinto a portare nuovamente in scena questo spettacolo?
“La richiesta era già tanta alla fine del secondo anno, inoltre abbiamo già fatto le riprese per la Rai. Infine avevo ancora qualcosa da scambiare con l’artista da far arrivare al pubblico”.

Rispetto ai personaggi da te interpretati, cosa c’è di diverso in Vincent Van Gogh?
“Credo che Van Gogh li racchiuda tutti. Lui ha la morale, la forza, l’inganno, l’alterazione della realtà, la fragilità, l’animalità e il dubbio di credere in Dio. E’ un personaggio che ha una forte universalità, che è molto amato dai giovani e meno giovani, unendo un po’ tutti”.

Come definirebbe Van Gogh uomo e artista?
“Un uomo malato d’arte”.

“L’odore assordante del bianco”, questo è parte del titolo dello spettacolo che ti vede protagonista. Il bianco non viene definito attraverso la vista ma attraverso l’olfatto. Perché è assordante?
Perché è il rompere la serenità di un suono, l’alterarne la sua semplicità. Si deve tenere ben a mente che quando si ha a che fare con i suoi quadri, Van Gogh era un uomo che aveva un legame con la natura, la quale ha tutto intorno a sé: i sensi vanno così ad incrociarsi nella bellezza della sua semplicità. Quello che tentiamo di fare è di raccontare il rapporto dell’uomo con l’arte”.

Qual è la forza di Van Gogh?
“E’ sempre stato coerente con il suo istinto, il suo non essere conforme a delle regole di pittura ed essere autodidatta è stata la sua forza. Il tentare di inchiodare i colori sulla tela, di raffigurare con fedeltà ossessiva la sua  relazione con la natura l’hanno fatto diventare quello che è ancora oggi”.

Quando è dinnanzi a una sua opera da cosa è attraversato?
“Mi ha sempre affascinato, anche se effettivamente da quando lo interpreto ha un impatto emotivo molto diverso. Sono attraversato dalla verità di quello che vedo; percepisco di vedere qualcosa di altamente probabile nei colori, nelle espressioni e con una storia che impressiona la realtà”.

Nella pièce, Van Gogh dialoga tra realtà e immaginazione con suo fratello a cui chiede disperatamente di uscire dal manicomio. Esiste un confine ben preciso, secondo lei, tra i due?
“Credo che la finzione e l’immaginazione per un artista rappresentino la più alta concentrazione di verità, e quindi anche per Van Gogh; ritengo cioè che attraverso la fantasia si comprenda meglio la realtà che ci circonda. Spesso abbiamo un’accezione negativa della finzione considerando che quest’ultima presupponga nell’arte una consapevolezza mentre invece nella vita vera no”.

Cosa rimarrà nella storia del teatro del suo Van Gogh?
“Spero l’amore per l’arte; mi auguro che il pubblico capisca cosa c’è dietro un grande pittore o comunque dietro a colui che cerca di riprodurre la realtà”.

Dallo spettacolo emerge la forza e la fragilità dell’artista. Siamo un po’ tutti Vincent Van Gogh?
“Direi proprio di no perché non abbiamo idea di come ci si possa relazionare alle persone. Non ritengo che sia esemplare, in quanto ha una tale dannazione, una maledizione e un’ossessione legata alla sua vita che per noi stessi e per gli altri sarebbe esplosiva”.